E’ Stato L’elogio Dell’ornitorinco, Quello Strano Animale Australiano Che Vanta La Pelliccia Di Un Mammifero Ma Si Propone Con Un Becco E Delle Zampe Palmate Che Ricordano, Piuttosto, Un’anatra

E’ stato l’elogio dell’ornitorinco, quello strano animale australiano che vanta la pelliccia di un mammifero ma si propone con un becco e delle zampe palmate che ricordano, piuttosto, un’anatra: quel mammifero che, deponendo le uova, sembrerebbe piuttosto un uccello. L’ornitorinco è insomma un animale complicato, difficilmente definibile ed inquadrabile. Un mostro? No, al contrario un animale interessantissimo che testimonia alcuni decisivi passaggi della catena dell’evoluzione, un unicum originale e prezioso. Nel corso del convegno “Un Dio plurale? Dalla religione degli italiani all’Italia delle religioni” il povero ornitorinco è stato inconsapevolmente assunto a metafora di alcuni cambiamenti che sono ormai intervenuti nella società italiana degli ultimi anni. “L’Italia cattolica” è oggi espressione troppo vaga e imprecisa che non coglie la varietà dell’appartenenza religiosa degli italiani e le differenze che si esprimono tra coloro che pure si definiscono “cattolici”.

I segni di questo cambiamento sono ormai evidenti e lo ha colto con grande lucidità il cardinale Martini, lo scorso 7 dicembre, Sant’Ambrogio, a sottolineare che “la Chiesa si può considerare come una minoranza impegnata e motivata che porta il peso di una maggioranza stanca e abitudinaria”.

Del resto, se già decenni fa i referendum su divorzio ed aborto avevano offerto una conferma empirica dello scollamento tra i comportamenti degli italiani e gli insegnamenti della Chiesa cattolica, oggi decine di inchieste e sondaggi ci danno la misura di questa riarticolazione della religiosità degli italiani. Già nel 1994, ad esempio, una indagine dell’Università Cattolica di Milano attestava che, a fronte di un 85% degli italiani che si dichiaravano cattolici, solo il 22% professava la sua fede “in modo convinto e attivo”. Altri, un robusto 41%, si dicevano convinti ma ammettevano che la loro adesione al cattolicesimo non era sempre “attiva”; quindi il 10% precisava di condividere solo alcune idee della religione cui pure apparteneva; infine il 27% si diceva cattolico soltanto per “educazione e tradizione”: una tesi recentemente esposta con forza da Marco Politi su Repubblica in un articolo dal titolo “Cristo s’è fermato alle soglie d’Europa” (17 gennaio 99) in cui, tra l’altro, si ricorda che il 25% degli italiani non si confessa mai e il 21% solo una o due volte l’anno; che il 19% non fa mai la comunione e il 16% solo a Pasqua e nelle feste solenni.

Ancora l’indagine della Cattolica stabiliva che circa il 9% degli italiani non si riconosce in alcuna religione e che circa un milione, un milione e mezzo di italiani adulti professerebbero religioni diverse dalla cattolica. Quest’ultimo dato è probabilmente riduttivo, dal momento che musulmani (difficilmente computabili in meno di 600.000 aderenti), Testimoni di Geova (oltre 400.000), evangelici (400.000), buddhisti (120.000), ortodossi (100.000) ed ebrei (50.000) superano, sia pure di poco, il dato di massima proposto. A questo milione e mezzo di credenti non cattolici, bisogna inoltre aggiungere una quota di almeno due milioni di italiani che, sempre secondo la ricerca della Cattolica, frequentano circoli esoterici o si sono affidati a pratiche yoga, zen e, in generale, di meditazione trascendentale.

Questi cambiamenti intervenuti sulla scena religiosa italiana pongono, comprensibilmente, problemi di grande rilievo politico culturale e, dal punto di vista delle confessioni di fede, teologico pastorale.

Il Convegno di Nonantola e di Novellara ha sottolineato con forza l’importanza del passaggio “dalla religione degli italiani all’Italia delle religioni”, dal canto solista di una confessione alla polifonia talvolta dissonante del pluralismo, dalla logica pattizia tra lo Stato ed una confessione privilegiata alla necessaria politica di riconoscimento delle minoranze. E su questo piano, molto è ancora da fare. Appare sempre più grave, ad esempio, che musulmani, Testimoni di Geova e buddhisti siano ancora privi di quelle intese previste dall’articolo 8 della Costituzione. Lo ha ricordato con forza Mahmoud Salem El Sheikh, uno degli intellettuali musulmani di maggiore spicco, che ha ribadito le richieste di fondo della sua comunità: che i musulmani siano messi in grado di rispettare i loro precetti alimentari nelle mense pubbliche; che, recuperando eventuali assenze dal lavoro, possano partecipare alla preghiera del Venerdì e celebrare le loro feste; che gli studenti che lo vogliono possano accedere a un insegnamento islamico. Problemi analoghi ha posto Renato D’Antiga, delegato del patriarcato ortodosso d’Italia che, dopo aver ricostruito la lunga storia delle presenza ortodossa in Italia (dal 1498), ha offerto un quadro della comunità italiana, oggi stimata in 100.000 membri.

“Sottolineando il pluralismo religioso della società italiana non affermiamo nulla di nuovo ha sottolineato Micaela Procaccia, storica e collaboratrice del Centro bibliografico ebraico di Roma . L’Italia del Rinascimento, del Risorgimento erano già pluraliste, anche sotto il profilo religioso. È stato il fascismo a rompere quel patto di cittadinanza tra le minoranze e lo Stato che è stato ricostituito con la Resistenza e la Costituzione democratica. Insomma in Italia c’è già una storia di pluralismo a cui riferirsi e che dovrebbe costituire un efficace antidoto a vecchie e nuove paure”.

“Per queste ragioni e per la natura di richieste di questo genere il tema del “Dio plurale” ha affermato Brunetto Salvarani, direttore di Qol, non è una sottigliezza teologica ma è questione profondamente politica che rimanda con forza alla questione della laicità in un paese clamorosamente ignorante in campo religioso e abituato a un “cattolicesimo d’ambiente” rassicurante e poco impegnativo”.

Ma i maggiori approfondimenti il Convegno li ha proposti sul versante teologico e pastorale. Ha “aperto il fuoco” Giovanni Franzoni, della redazione di Confronti e della Comunità di base di San Paolo di Roma che, richiamando la prossima scadenza del Giubileo, si è chiesto a quale modello di spiritualità dovrebbe ispirarsi: “Quella del ritrarsi ha risposto del lasciare spazio agli altri, perché solo ritraendosi si può fare spazio a Dio. È una logica diversa da quella della moltiplicazione, del consolidamento che si esprime nella strategia dei “grandi eventi”: richiamandoci a un racconto ebraico, è una logica amorevole ma discreta, come l’aquila che afferra i piccoli con gli artigli ma ben sapendo di non dovere stringere troppo. E se vogliamo andare su un esempio biblico è la logica del granello di senape che sì crescerà come un grande albero ma che poi, per proseguire il ciclo vitale, produrrà altri piccoli, preziosi semi”.

Paolo De Benedetti, studioso di ebraismo e docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ha accettato questa impostazione e, affermando che “il discorso comune deve essere un coro di voci dissonanti” ha indicato cinque principi che nella tradizione rabbinica stanno alla base del confronto tra le diverse interpretazioni della Torah e quindi, in senso lato, definiscono un metodo di coesistenza nella diversità delle identità e degli orientamenti: se ho un’interpretazione devo citare anche le altre; di Dio posso dire qualsiasi cosa ma sempre premettendo, “se così si può dire”; aggiungere sempre “forse”; se non vuoi essere preso per bugiardo, impegna la tua lingua a dire “non so”. E il quinto principio? “Me ne sono dimenticato… Non sappiamo tutto e non controlliamo tutto ha risposto De Benedetti Dobbiamo sempre lasciare uno spazio alla dimenticanza ed all’omissione”.

“Dio è plurale perché la Scrittura è plurale” ha quindi affermato il teologo protestante Paolo Ricca, richiamandosi alla centralità della Parola biblica nella tradizione protestante e precisando il principio del Sola Scriptura: “Non significa ha puntualizzato richiamarsi alla “solitudine” della Scrittura, al suo isolamento dal contesto degli uomini e delle donne nell’ignoranza di quello che accade attorno e nell’isolamento del fondamentalismo. Al contrario, dobbiamo essere consapevoli che non esiste Scrittura senza spiegazione della scrittura e quindi senza confronto, senza dialogo, senza contesto”. La questione del rapporto con la Scrittura è ovviamente centrale anche nell’islam: “Studiare ed interpretare il Corano è un dovere per i musulmani ha affermato Giulio H. Soravia, della comunità islamica di Bologna ed il confronto all’interno dell’islam di tutto il mondo è proprio sui criteri di questa interpretazione: da una parte vi sono scuole letteraliste, dall’altra vi è chi cerca di applicare anche al Corano, che pure per tutti è parola letterale di Dio, metodi e criteri esegetici al passo con gli strumenti linguistici oggi disponibili”. Il dibattito è aperto e certo il suo esito definirà gli equilibri dell’islam mondiale nel prossimo millennio.

Il tema della “pluralità di Dio” è stato al centro dell’intervento dell’ecumenista cattolico Carlo Molari secondo cui in ambito cattolico, pur essendoci una generale attenzione ai temi del dialogo interreligioso, è ancora insufficiente la riflessione teologica sui suoi presupposti e sulle sue conseguenze: “Continuiamo ad escludere alcuni nomi di Dio ha affermato il teologo cattolico mentre dovremmo gioire della molteplicità delle sue espressioni, dei frutti dell’alleanza che Dio, con Noè, ha stabilito con tutti i suoi figli. Pesa ancora molto la paura di perdere, nel dialogo, la propria identità di fede mentre dovremmo tutti riconoscere che il dialogo tra i figli di Dio non conduce a una super-religione ma, al contrario, celebra le differenze tra le varie comunità. Insomma dovremmo tutti ammettere che la forza e la grandezza di Dio non può dirsi tutta con un solo nome.

“Riconoscere la pluralità di Dio significa dare nuovo slancio e vigore al dialogo interreligioso ha concluso Pietro Mariani, della redazione di Qol ed assessore alla cultura a Novellara. Ed in questo impegno devono valere, come ricorda un midrash, le regole della dama: un passo per volta, sempre avanti e solo quando sei arrivato in cima puoi andare dove vuoi”.

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